Secondo uno studio recente più della metà delle donne nepalesi ha subito qualche forma di violenza, sia emotiva che fisica, nel corso della propria vita. La maggior parte delle vittime (il 75%) non ha cercato alcun aiuto e solamente il 7% delle donne che hanno subito violenza sessuale ha denunciato l’accaduto.
Visto da vicino, il Nepal non riesce a nascondere i suoi difetti: tra gli Stati meno sviluppati al mondo secondo il Least Developed Countries (con un Indice di Sviluppo Umano che lo colloca alla posizione 157 su 187 Paesi), il Paese è tra gli unici tre sulla Terra in cui l’aspettativa di vita delle donne è inferiore a quella degli uomini. La società è patriarcale, e come accade in molte altre società patriarcali il predominio maschile è così radicato nella cultura da essere rintracciabile persino all’interno dell’ordinamento giuridico. Come nel caso dell’attribuzione della cittadinanza, per la quale le donne necessitano dell’autorizzazione di padre o marito.
Nonostante negli ultimi anni l’adozione della nuova Costituzione abbia dato un segnale positivo in direzione dell’uguaglianza di genere, costumi e tradizioni, figli di pratiche millenarie, sono duri a morire. Le donne continuano a passare dall’autorità del padre a quella del coniuge e quando si trasferiscono nella casa del marito diventano de facto proprietà della famiglia di lui.
Ed è in questo nuovo ambiente domestico che si consuma il numero maggiore di abusi, tollerato in silenzio per mancanza di autosufficienza: le donne non hanno diritti sulla proprietà dei genitori, né opportunità di lavoro, e se abbandonassero il tetto coniugale resterebbero vittime dello stigma sociale. A molte di loro il suicidio appare come l’unica via di fuga possibile.
I loro figli diventano anch’essi vittime, testimoni impotenti dei maltrattamenti subiti dalla mamma. Come tutte le vittime di violenza assistita, questi bambini rischiano con il tempo di presentare deficit cognitivi, comportamentali o addirittura clinici, conseguenze della quotidianità brutale vissuta tra le mura di casa.
Nonostante il fenomeno della violenza contro le donne sia così diffuso in Nepal, il numero di strutture specializzate a cui le vittime possono accedere è esiguo. Nasce quindi per rispondere a questo bisogno CASANepal, gestita a Katmandu dal nostro partner locale Apeiron.
Presso CASANepal le vittime di violenza domestica, sole o con i loro figli, vengono ospitate per la durata di un percorso riabilitativo nel corso del quale imparano un mestiere e al termine del quale tornano a inserirsi gradualmente in società.
Non sempre però al termine del percorso queste madri sono in grado di provvedere a tutte le spese a cui vanno incontro per il mantenimento dei figli: concentrate su quelle indispensabili a garantirne la sopravvivenza, mettono da parte quelle per l’istruzione. Il nostro progetto le sostiene garantendo ai loro bambini il pagamento delle spese scolastiche e l’accesso a check-up medici periodici, e consentendo alla famiglia un vero ritorno alla normalità.
Nella parte terza della Costituzione nepalese, quando si parla dei diritti e doveri fondamentali, l’articolo 18 fa riferimento al “Diritto all’eguaglianza”, di fatto ancora limitato alla carta su cui è scritto. La società costringe le donne ad annullarsi come individui, ad accettare ogni violenza, e produce danni irreparabili nella psiche dei bambini che ne sono testimoni. Perché il rispetto dei diritti delle donne diventi realtà, c’è ancora molto da fare.
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