Qualche mese fa Veronica, responsabile del progetto in Brasile per New Life for Children, è andata a incontrare i bambini delle scuole e del centro diurno della favela di Malvinas, nella città di Macaè. Ecco il suo racconto.
Arrivare a Malvinas: il primo impatto
Dopo un lungo viaggio sono arrivata a Rio de Janeiro, dove mi aspettava Germana, la coordinatrice locale del progetto. Da lì abbiamo guidato per tre ore, tra paesaggi che cambiavano rapidamente, fino a raggiungere Macaé e il ponte che segna l’inizio della favela di Malvinas.
In un attimo siamo passate da una strada a più corsie con vista oceano a una via stretta, piena di buche e fango, fiancheggiata da baracche incomplete e una fitta ragnatela di cavi elettrici. Appena varcato il ponte abbiamo dovuto alzare i finestrini dell’auto per motivi di sicurezza: bastava uno sguardo per capire quanto fosse forte il contrasto tra “fuori” e “dentro” Malvinas.
Il centro POSCRIS nel cuore della favela
Al centro diurno POSCRIS, ho percepito subito un’atmosfera diversa, come se fosse uno spazio protetto. Siamo qui con il nostro progetto, nel cuore della parte più vecchia della favela, per dare ai bambini un’alternativa concreta alle violenze e al narcotraffico che sono dovunque: sia per strada sia nelle famiglie, oppresse dall’estrema povertà.
Mi è bastato guardare i volti dei piccoli, riuniti nel refettorio per la colazione, per capire quanto sia importante l’aiuto quotidiano che riusciamo a garantire: ogni mattina i bimbi del primo gruppo ricevono la colazione e quelli del gruppo pomeridiano non rimangono mai senza la merenda.
La sala era enorme, ma i 106 bambini l’occupavano per intero! Indossavano tutti la stessa maglietta- rosa, bianca o verde – con il logo POSCRIS e il proprio nome: un segno di appartenenza che mi ha subito fatto sentire parte di una famiglia. Mi sono emozionata quando mi hanno consegnato una maglietta rosa con la scritta “Veronica”: proprio come a dire “anche tu sei con noi”.
Piccoli gesti che dicono più di mille parole
Non parlo il portoghese, eppure i bambini hanno trovato mille modi per comunicare. C’era chi mi correva incontro per darmi il “cinque”, chi mi regalava un disegno, chi mi mostrava con orgoglio un esercizio di matematica finalmente risolto. Alcuni mi hanno invitata a una lezione di danza, chiedendomi di provare la coreografia insieme a loro. E ogni volta sentivo risuonare il loro “Tia Veronica” (zia Veronica): un appellativo che i ragazzi usano con affetto per tutti gli educatori di POSCRIS.
Dietro a ogni sorriso c’era una storia di difficoltà: molti di questi bambini, se non fossero al centro, finirebbero per strada, coinvolti dal narcotraffico fin da piccoli. Qui, invece, hanno un posto sicuro dove studiare, giocare, ridere. Per questo, quando ho scoperto che ci sono altri 75 minori in lista d’attesa, ho sentito ancora più forte l’urgenza di continuare a lavorare su questo progetto.
La scuola Eraldo Mussi: oltre i banchi e i muri colorati
Il giorno dopo ho visitato la scuola “Colégio Municipal Eraldo Mussi”. La vicedirettrice mi ha spiegato che per i bambini l’assenza più grande non è materiale, ma familiare. La mancanza di riferimenti sicuri e le difficoltà quotidiane non li aiutano a studiare e completare il percorso scolastico. Tra i banchi, ho visto ragazzi che lottano per concentrarsi, aggrappandosi solo al loro desiderio di imparare.
Qui New Life for Children lavora in stretta collaborazione con insegnanti e psicologi, perché lo studio sia davvero un’ancora di salvezza. Ho capito quanto sia fondamentale non solo offrire materiale scolastico e pasti, ma anche attivare percorsi di supporto psicologico: far capire alle famiglie che mandare i figli a scuola è un investimento sul loro futuro significa cambiare, un pezzettino alla volta, il tessuto sociale della favela.
La forza di un progetto che sa guardare lontano
Ho visto alcuni ragazzi grandi passare al centro per salutare gli educatori. Il legame che hanno stretto con lo staff POSCRIS è così saldo che tornano anche una volta usciti dal centro. E mi è sembrato un segnale importante: significa che questo non è soltanto un luogo dove “fare qualcosa”, ma un punto di riferimento e un porto sicuro.
Il progetto punta a coinvolgere i bambini fino ai 14 anni: l’età in cui riusciamo a far comprendere che il narcotraffico non è una strada percorribile, mentre l’istruzione può regalare opportunità che oggi neanche immaginano.
Il saluto e la promessa di un ritorno
Il giorno della mia partenza i bambini mi hanno preparato un cartellone colorato con scritto in grande “Torna presto!” Mi hanno dato anche tanti disegni e messaggi, ognuno scritto col cuore. Questi gesti mi hanno ricordato, ancora una volta, il valore enorme di ogni piccolo contributo che riusciamo a garantire: per un bambino di Malvinas, uscire dal giro della criminalità e della violenza significa riprendere il futuro nelle proprie mani.
Oggi custodisco il cartellone e tutti i bigliettini in un album a casa. Ogni tanto li rileggo uno per uno, rivivo ogni momento di quel viaggio e rivedo i visi dei bambini. E sono già pronta a tornare.
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