Sogniamo un futuro diverso per il Brasile

In Brasile gli assalti armati sono all’ordine del giorno. Avvengono nel cuore delle città, quando le strade sono ancora piene di gente. Rapine, aggressioni, sparatorie, ma anche esecuzioni di personaggi scomodi. Il Brasile non è in guerra, ma i suoi numeri una guerra – costante, non dichiarata – ce la fanno immaginare: 160 omicidi al giorno, uno ogni 9 minuti.

Sono statistiche che fanno impallidire perfino quelle del sanguinoso conflitto in Siria, e che collocano il paese all’undicesimo posto nel ranking mondiale degli assassinii. Morti violente e intenzionali, nonostante gli oltre 76 miliardi di real spesi per l’ordine pubblico e il discutibile decreto che, 30 anni dopo la fine della dittatura, affida la gestione della sicurezza all’esercito, spesso e volentieri autore in primis (assieme ai corpi di polizia) di episodi di violenza.

 

Secondo un rapporto dell’Alto commissariato per i diritti umani dell’Onu, la polizia brasiliana sarebbe responsabile dell’uccisione in media di 5 persone al giorno, in massima parte afrobrasiliani. Episodi come quelli denunciati dall’attivista per i diritti umani Marielle Franco, crivellata di colpi assieme al suo autista nel pieno centro di Rio De Janeiro dopo aver denunciato l’operato della polizia militare nella favela di Acari: minacce, stupri, omicidi. “Dobbiamo gridare al mondo cosa succede ad Acari” scriveva Marielle.

 

Il presidente Temer lavora per recuperare il controllo della città di Rio, ma la violenza urbana è solo specchio di una crisi ben più profonda che vive il Brasile, e che non può essere gestita unicamente secondo il principio “ordine e sicurezza”. Il paese, che negli ultimi anni ha saputo organizzare Giochi Olimpici e Mondiali di calcio, resta un gigante dai piedi di argilla, ostaggio di una corruzione endemica e di una crisi economica che ne mette a rischio la giovane democrazia.

 

Eppure il colosso sudamericano ci aveva fatto ben sperare. Fino a due anni fa il rapidissimo sviluppo economico-sociale e un Pil superiore ai 2 miliardi di dollari lo collocavano tra le cinque economie emergenti del mondo (i cosiddetti BRICS). Negli stessi anni, la classe media rappresentava il 52% della popolazione, e le politiche pubbliche di distribuzione del reddito di Lula consentivano al paese di ridurre la fascia di popolazione in povertà estrema dal 25,5% al 3,5%. Il Brasile sembrava lasciarsi alle spalle il tradizionale divario sociale che lo contraddistingueva, frutto di un’iniqua distribuzione delle sue immense ricchezze.
Questi risultati oggi sono messi seriamente a rischio dai provvedimenti del governo attuale (riduzione della spesa pubblica a scapito soprattutto delle politiche sociali, estinzione dei Ministeri dello Sviluppo sociale e Lotta contro la fame, dello Sviluppo agricolo, delle Donne, dell’Uguaglianza razziale, della Gioventù e dei Diritti umani) e i fuochi di artificio nei quartieri ricchi di Sao Paolo per festeggiare l’incarcerazione di Lula ne sono un segnale allarmante. Del resto, i ministri nominati dal nuovo governo sono tutti uomini bianchi appartenenti all’élite, a dimostrazione che il Brasile è tornato ad essere un paese per i soliti pochi.


I più esposti a un assetto nazionale in cui gli indicatori sociali (sistema di educazione superiore pubblico compreso) arretrano e il tasso di disoccupazione cresce sono soprattutto i bambini appartenenti alle famiglie più povere: il Brasile continua a essere una nazione con una bassa scolarità, con il 40% degli operai che inizia a lavorare a 14 anni. Nei casi più drammatici, questi bambini diventano “meninos da rua”, bambini che vivono e lavorano in strada – dove lavorare significa furto, spaccio, prostituzione – divenendo piccoli delinquenti prima e adulti criminali poi, sempre se raggiungono l’età adulta. Perché i meninos da rua sono vittime costanti di narcotrafficanti, polizia e gruppi di sterminio finanziati da imprenditori con mire espansionistiche sulle favelas.

 

Secondo un rapporto di Human Rights Watch, sono oltre 10mila i bambini e gli adolescenti, in massima parte neri, assassinati ogni anno. Minori senza diritti, che la società civile desidera solo nascondere alla vista dei turisti, cancellare, sopprimere. Un problema da risolvere con gli squadroni della morte.
Eppure vengono sempre dalla società civile le tante persone che ogni giorno lavorano per seminare un futuro diverso per il Brasile: educatori, insegnanti, genitori sociali, psicologi, ma anche avvocati.
Ed è proprio l’Ordine degli Avvocati dello Stato Rio das Ostras a chiamarci nel paese questo mese per un intervento formativo. Perché spesso, chi lavora ogni giorno per aiutare i ragazzi delle favelas – ex meninos cresciuti secondo le più crudeli leggi della strada – a cambiare vita, si trova sprovvisto degli strumenti necessari a comunicare con loro.

 

Per questo il nostro intervento formativo, condotto dal 20 al 22 aprile in collaborazione con la Fondazione Patrizio Paoletti per lo Sviluppo e la Comunicazione presso l’Università Fluminense di Rio das Ostras sotto il patrocinio dell’Ordine degli Avvocati, avrà lo scopo di lavorare sulla rappresentazione che ciascuno di noi ha dell’altro. Solo attraverso il rovesciamento delle rappresentazioni negative che abbiamo di qualcuno, il mutamento di prospettiva ci consente di comprendere le ragioni di quella persona ed entrarci in comunicazione, anche se è completamente diversa da noi, anche se è tossicodipendente, anche se è stata vittima di abusi, anche se faceva il corriere per i signori della droga. Perché l’incapacità di entrare in relazione con l’altro produce solo ghettizzazione e la ghettizzazione, dietro ai muri che le sono stati costruiti intorno, produce violenza. E’ da qui che il Brasile deve ripartire: dalle generazioni di domani e da coloro che, quelle generazioni, desiderano aiutarle.

 

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