Il 13 settembre 2007 le Nazioni Unite adottavano la Dichiarazione sui diritti dei popoli indigeni, riconoscendo il loro diritto all’autodeterminazione, alla non assimilazione forzata, alla conservazione e trasmissione della propria lingua e cultura, all’educazione, al rispetto della biodiversità e dell’ambiente naturale in cui vivono. Il documento coronava secoli di lotte con le quali queste popolazioni avevano cercato il riconoscimento della propria identità e dei diritti sulle loro terre e risorse naturali, spesso violati.
Dodici anni sono passati dal riconoscimento formale di questi diritti, ma oggi le popolazioni indigene di tutto il mondo continuano a condividere il problema della loro effettiva attuazione. Particolarmente delicata è la situazione delle comunità amazzoniche brasiliane, messe in pericolo dalla crescente deforestazione.
Sono circa 900mila gli indigeni in Brasile (l’1% della popolazione locale). Le loro riserve, vietate allo sfruttamento agricolo e minerario, sono da tempo nel mirino di taglialegna, minatori, agricoltori e allevatori, che già negli anni ’70 e ’80 si erano fatti largo nella foresta massacrando gli indios lungo il cammino. Seppur diventata illegale in seguito, la deforestazione dell’Amazzonia è proseguita, raggiungendo nel 2018 livelli record, con quasi 8mila chilometri quadrati di aree disboscate per iniziativa della potente mafia del legno locale e dei produttori di cereali e soia. Il 2019, con l’elezione alla Presidenza di Jair Bolsonaro, rischia di dare un’ulteriore impennata a questo sfacelo.
Lo aveva promesso, Jair Bolsonaro, fin dalla campagna elettorale, giurando guerra alle riserve degli indiani amazzonici: “Il riconoscimento delle terre indigene è un ostacolo allo sfruttamento intensivo dell’area, per fare grande il Brasile occorre spianare la strada all’agrobusiness e alla costruzione di grandi dighe idroelettriche, bloccate in passato per le preoccupazioni relative alla sostenibilità ambientale e per le proteste dei nativi. Se diventerò presidente, non ci sarà un solo centimetro di terra indigena in più.” Detto, fatto. Poche ore dopo l’inaugurazione del suo mandato a Brasilia, con un provvedimento destinato alla riorganizzazione dei ministeri, Bolsonaro toglieva alla Fondazione Nazionale per gli Indigeni (Funai) la prerogativa di identificare e demarcare i territori delle diverse tribù amazzoniche del Paese, affidandola invece al ministero dell’Agricoltura, presieduto dall’ex leader del gruppo parlamentare della Bancada Ruralista, che rappresenta gli interessi dei grandi proprietari agricoli.
Ora che taglialegna, minatori e agricoltori intravedono la strada spianata, è probabile che nei territori indigeni di tutto il Brasile aumenteranno incursioni e violenze ai danni dei nativi. A pagarne il prezzo sarà anche l’ecosistema locale, e con esso il clima di tutto il mondo. Rispettare i diritti territoriali degli indios e riconoscere a questi popoli la gestione delle loro terre è infatti il modo più efficace per proteggere l’ambiente, visto che i popoli indigeni ne sono i migliori custodi. E siccome la preservazione dell’Amazzonia è una delle migliori armi a nostra disposizione contro il riscaldamento globale, poiché agisce come un enorme assorbitore di carbonio, la sua salvaguardia riveste un ruolo chiave nel controllo del clima sulla Terra. Sebbene Bolsonaro ripeta agli ambientalisti che “l’Amazzonia è del Brasile, non del mondo”, se il tasso di disboscamento dovesse accelerare, le conseguenze su scala globale potrebbero essere immense.
I nostri dieci anni di lavoro al fianco di due comunità del Perù amazzonico ci hanno permesso di conoscere bene l’Amazzonia e di apprezzare la ricchezza offerta dalla diversità umana di questi popoli, che dipendono dalla loro terra non solo per i mezzi di sussistenza ma anche per il proprio benessere fisico e spirituale.
Se i meccanismi costituzionali messi in atto per proteggere comunità come queste saranno sospesi, questa parte essenziale della diversità umana verrà spazzata via per sempre. È in gioco il futuro della foresta amazzonica e la straordinaria diversità umana rappresentata da centinaia di tribù.
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