Non lasciamo ai nostri figli una Terra inospitale

 “Molte altre lotte sono legittime. Ma se questa verrà persa, nessun’altra potrà essere condotta”. (Appello pubblico di scienziati e uomini di cultura, Le Monde – agosto 2018)

 

Come ogni 22 aprile, le celebrazioni per la Giornata Mondiale della Terra riportano in auge il dibattito su riscaldamento globale e cambiamento climatico. 
Parliamo di clima intendendo l’insieme delle condizioni medie atmosferiche (temperatura, umidità, precipitazioni) calcolate in una certa area per un periodo di tempo piuttosto lungo. Il clima è di per sé variabile per una molteplicità di fattori e questo può talvolta manifestarsi in modi devastanti.

 

Negli ultimi decenni però, l’aumento di fenomeni distruttivi, unito all’innalzamento delle temperature medie globali e del livello dei mari e allo scioglimento di nevi perenni e ghiacciai, ha destato preoccupazioni nella comunità scientifica, dimostrando in maniera inequivocabile che l’atmosfera del pianeta si sta riscaldando pericolosamente.

 

Responsabile di questo fenomeno è l’aumento nell’aria del livello di gas serra prodotti dalle attività dell’uomo con l’uso di combustibili fossili di industrie e automobili, il metano proveniente da discariche, agricoltura e allevamento, protossido di azoto rilasciato dai fertilizzanti.

 

Le conseguenze del riscaldamento globale sono sotto gli occhi di tutti e, aggravandosi, porterebbero a:
• innalzamento del livello dei mari, per effetto del disgelo delle calotte polari;
• sommersione delle città costiere;
• prosciugamento di laghi e fiumi, con periodi di siccità più frequenti;
• minore disponibilità di acqua e conseguenti difficoltà per agricoltura e industrie;
• eventi catastrofici come uragani, tornado e tempeste.

 

Questi fenomeni danneggeranno milioni di persone, con effetti maggiori su chi vive nelle zone più vulnerabili e povere del mondo. Il cambiamento produrrà povertà, carestie e emigrazioni di massa, aumentando il numero di famiglie costrette a lasciare il proprio paese perché inabitabile, e triplicando il numero di persone che soffrono la fame e la sete.

 

Gran parte della comunità scientifica indica la soglia massima di rischio in un aumento di 1,5°C delle temperature medie globali: questa allerta è facilmente comprensibile se pensiamo alle catastrofi in atto con l’attuale aumento, giunto a 1,1°C. Ma se le temperature raggiungessero la soglia di 2°C le conseguenze sarebbero potenzialmente devastanti.

 

I Paesi industrializzati, primi fra tutti gli Stati Uniti, sono i maggiori responsabili dell’attuale concentrazione dei gas serra nell’atmosfera, e pertanto portatori di un dovere etico nei confronti dei Paesi in via di sviluppo, più vulnerabili ai disastri in atto. Eppure, governi e industrie stanno rispondendo con colpevole lentezza all’emergenza, troppo spesso dimenticata anche dai media e solo di recente rimbalzata di prepotenza su giornali e tv grazie all’eco globale prodotta dai sit-in della giovane Greta Thunberg.

 

Greta parla a nome delle future generazioni: “Nel 2030 avrò 26 anni. Mi dicono che quella che mi attende sarà un’età meravigliosa perché ho tutta la vita davanti, ma non sono sicura che sarà così. Abbiamo avuto tutto quello che potevamo immaginare, ma forse non avremo un futuro, perché il nostro futuro è stato venduto”.

Il merito di Greta e degli attivisti come lei è stato quello di ridestare le coscienze di fronte a un’urgenza globale, che rischia di distruggere le fondamenta della civiltà umana. In questo senso gli Accordi di Parigi, che puntano a mantenere l’aumento della temperatura media entro 1,5°C, ci conducono sulla buona strada.

 

Il nostro pianeta è l’unica casa che abbiamo, anche se non sempre sembriamo ricordarcene. Stiamo lasciando ai nostri figli una terra inospitale. Il tempo per cambiare rotta sta scadendo, ma lavorare per farlo è ancora possibile.

“Non sarà una vittoria-lampo, ci vorrà del tempo ed è possibile che la nostra generazione non vedrà il successo delle nostre azioni di oggi. Ma il successo è sapere che i nostri figli lo vedranno”. (Barack Obama – COP 21, Parigi 2015)

 

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