Dal 2010, con un progetto nato in risposta all’emergenza terremoto, New Life for Children lavora a Haiti nella capitale Port-au-Prince, all’interno della baraccopoli Waf Jeremie e a sostegno della casa di accoglienza Kay Pe’ Giuss, che ospita centinaia di piccoli orfani.
L’anno che stiamo vivendo nel paese, che è il più povero dell’America Latina e tra i più poveri al mondo, è tra i più difficili da quando siamo arrivati sul territorio. E questo perché ad Haiti, lontano dalle telecamere e dal chiasso dei media, una forte ondata di violenza di piazza dovuta a fattori politici e socio-economici sta causando una grave crisi. In un contesto di infiniti scandali politici la popolazione, che da mesi assiste al declino del suo potere d’acquisto conseguente alla svalutazione della moneta nazionale e all’aumento del prezzo del carburante, ha moltiplicato le manifestazioni, esprimendo il suo dissenso in modo molto violento.
Quella di Haiti è del resto una storia da sempre intrisa di sangue e distruzioni. Squassato da due violenti terremoti, nel 2010 e nel 2018, il primo dei quali ha causato oltre 220mila morti e 300mila feriti, il paese ha dovuto fronteggiare anche le conseguenze di ripetute epidemie di colera, di tre anni consecutivi di siccità e dell’uragano Matthew, che nel 2016 ha travolto case e persone. Fenomeni che ne hanno aggravato la già difficile situazione sociale, accrescendo fame e povertà, e dai quali il paese non si è mai ripreso del tutto.
Da un punto di vista politico, l’isola ha subito tra il 1991 e il 2004 i continui ritorni in scena di Jean-Bertrand Aristide, più volte presidente, deposto infine da un colpo di Stato dell’esercito. Né Aristide né i governi che gli sono succeduti sono stati in grado di mettere in atto le riforme democratiche necessarie a una rinascita del paese, e alla corruzione endemica non ha posto rimedio neanche l’attuale presidente Moïse, a cui dallo scorso autunno gli haitiani imputano la distrazione di oltre 3 miliardi di dollari dal fondo di Petrocaribe, il programma solidale lanciato nel 2005 dal governo Chávez per distribuire petrolio all’area caraibica.
Di fronte al rifiuto del governo di prendere sul serio la protesta anti-corruzione del paese, le manifestazioni si sono trasformate in una vera rivolta, mirata esplicitamente alle dimissioni del presidente e repressa brutalmente.
Le tensioni nel paese sono all’ordine del giorno, e la richiesta del popolo è sempre la stessa: la rinuncia del presidente – saldamente sostenuto da Stati Uniti, Canada, Brasile, Argentina e UE – e l’arresto di tutti i politici coinvolti nello scandalo Petrocaribe.
Sullo sfondo di una pesantissima crisi socio-economica frutto di decenni di politiche neoliberiste e del saccheggio sistematico delle risorse del paese condotto da potenze occupanti e governi fantoccio, Haiti vive una delle fasi più violente della sua storia: sparatorie, barricate e scontri nelle strade principali di città come Port-au-Prince, Les Cayes e Gonaïves sono in costante aumento. Le strade della capitale, normalmente trafficatissime, adesso sono deserte perché gli abitanti hanno paura di improvvise esplosioni di violenza. Rabbia e disperazione sono palpabili ovunque. La popolazione è stremata, e nessuno si sente al sicuro.
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